Per anni ho cercato un modo per spiegare quello che facevo.

Preparatore atletico. Coach. Trainer. Tecnico. Mental Coach.

Tutti termini corretti. Tutti utili.

Eppure, ogni volta che provavo a raccontare il mio lavoro, avevo la sensazione che mancasse qualcosa.

Perché davanti a me non ho mai visto soltanto un atleta da allenare.

Ho sempre visto una persona dentro una prestazione.

Una persona con un corpo, una storia, delle aspettative, delle paure, un ambiente intorno, qualcuno che crede in lei e magari qualcun altro che la mette continuamente in dubbio.

E soprattutto con delle sensazioni.

Sensazioni che spesso arrivano prima delle parole.

È da qui che, molti anni fa, è nato il nome Sport Mentalist.

Non come titolo accademico.

Non come pretesa di leggere la mente.

Non come qualcosa di magico.

Ma come definizione personale di un modo di osservare lo sport.

Non leggere la mente. Imparare a leggere ciò che accade.

Quando pensiamo a un mentalista immaginiamo qualcuno capace di vedere ciò che gli altri non vedono.

Dietro quello che appare come magia, però, molto spesso esistono studio, osservazione, attenzione ai dettagli, esperienza, capacità di riconoscere schemi e un enorme allenamento.

Fu proprio questa idea ad affascinarmi.

Non il trucco.

Il processo che precede il trucco.

Perché nello sport succede qualcosa di molto simile.

Un atleta entra in campo, sale su una pista, si prepara a una partenza o affronta un gesto che ha ripetuto migliaia di volte.

Tecnicamente sa cosa deve fare.

Il suo allenatore sa cosa deve fare.

La programmazione dice cosa deve fare.

Eppure qualcosa cambia.

Una respirazione diversa.

Uno sguardo.

Una rigidità.

Una parola pronunciata in modo differente.

Un errore apparentemente banale.

Una sensazione che l’atleta magari non sa nemmeno spiegare.

È lì che comincia il mio lavoro.

Non nel tentativo di indovinare cosa pensa.

Ma nel cercare di capire cosa sta succedendo alla persona prima che il problema diventi evidente nella prestazione.

La tabella non conosce l’atleta

Ho lavorato per decenni nello sport e continuo a considerare tecnica e programmazione fondamentali.

Ma ho imparato anche un’altra cosa.

Una tabella non conosce chi la deve eseguire.

Non sa se quella mattina l’atleta ha paura.

Non conosce il peso delle aspettative.

Non sa cosa è successo il giorno prima.

Non percepisce un ambiente che sta togliendo energia.

Non riconosce quando un obiettivo che fino a pochi mesi prima rappresentava un sogno sta diventando un peso.

La tabella misura.

La persona sente.

E una buona preparazione deve riuscire a far dialogare queste due dimensioni.

Per questo negli anni il mio modo di lavorare si è spostato sempre più verso una domanda molto semplice:

che cosa sta realmente limitando questa persona, in questo momento?

Non dieci cose.

Forse una.

Forse due.

Quel piccolo pezzo capace di modificare gran parte del risultato.

È la stessa logica che oggi sintetizzo nel mio 20/80:

osservare il quadro completo, individuare ciò che conta davvero e intervenire sulla leva che può produrre il cambiamento più significativo.

Quello che un tempo chiamavo “sesto senso”

Per molto tempo ho utilizzato un’espressione: sesto senso.

Era il modo più semplice che avevo per spiegare qualcosa che mi risultava difficile tradurre in parole.

Oggi lo definirei diversamente.

Lo chiamerei intuizione esperta.

Quando hai vissuto migliaia di situazioni sportive, osservato atleti, errori, comportamenti, partenze, vittorie, sconfitte e momenti di pressione, il cervello comincia a riconoscere schemi molto velocemente.

A volte non sai immediatamente spiegare perché qualcosa non ti convince.

Lo percepisci.

Poi devi fare la parte più importante: fermarti e verificare.

Perché l’intuizione può aprire una porta.

Non deve mai diventare una sentenza.

Osservo.

Ascolto.

Faccio domande.

Collego ciò che vedo con ciò che l’atleta sente.

E soltanto dopo cerco una direzione.

Questa, per me, è una delle differenze fondamentali tra intuizione e improvvisazione.

L’intuizione nasce dall’esperienza.

L’improvvisazione nasce quando smettiamo di verificare.

Prima del gesto esiste sempre qualcosa

La prestazione non comincia quando parte il cronometro.

Comincia prima.

A volte molto prima.

Comincia nel significato che abbiamo dato a quella gara.

Nel modo in cui abbiamo vissuto l’ultimo errore.

Nelle parole dell’allenatore.

Nelle aspettative della famiglia.

Nella paura di deludere.

Nel corpo che quella mattina manda segnali diversi.

Nel dialogo interno che accompagna l’atleta mentre si avvicina al momento decisivo.

Per questo considero importanti il linguaggio corporeo, il respiro, la percezione, le routine e soprattutto l’autoascolto.

Non perché esista una formula capace di garantire il risultato.

Ma perché le sensazioni dell’atleta sono informazioni.

Ignorarle significa rinunciare a una parte della prestazione.

Ascoltarle non significa invece diventarne schiavi.

Significa imparare a riconoscerle, comprenderle e decidere cosa farne.

Il corpo parla prima delle parole

Nello sport siamo abituati a guardare il gesto.

Io cerco spesso quello che accade immediatamente prima.

Come entra una persona.

Come respira.

Come si muove.

Come racconta un errore.

Come cambia postura quando parla di un avversario.

Come reagisce quando nominiamo un obiettivo.

Non è lettura della mente.

È osservazione della persona.

E soprattutto non significa interpretare ogni segnale come una verità assoluta.

Il corpo offre indizi.

La relazione permette di verificarli.

Per questo il coaching, per come lo intendo io, non è qualcosa che viene fatto sopra l’atleta.

Viene costruito insieme all’atleta.

Scienza e sensazioni non sono avversarie

Per anni abbiamo cercato di dividere ciò che nello sport, in realtà, arriva insieme.

Fisico e mente.

Tecnica ed emozione.

Numeri e percezioni.

Programmazione e adattamento.

Io credo che la vera difficoltà non sia scegliere una parte.

È riuscire a farle dialogare.

La tecnologia ci offre dati straordinari.

La preparazione ci offre strumenti.

L’esperienza ci permette di interpretarli.

Ma alla fine c’è sempre qualcuno che deve entrare in campo e trasformare tutto questo in un gesto.

Ed è lì che il dato incontra la persona.

Scienza, applicazione, programmazione, dedizione e sensazioni devono riuscire ad andare nella stessa direzione.

Il sogno dell’atleta appartiene all’atleta

C’è poi una parte che negli anni è diventata sempre più importante nel mio lavoro.

Il sogno.

Lo sport nasce spesso da qualcosa di molto semplice: un ragazzo che vuole diventare bravo, una bambina che immagina una gara, qualcuno che vuole arrivare dove oggi sembra impossibile.

Poi intorno a quel sogno crescono allenatori, squadre, famiglie, risultati, aspettative, classifiche e interessi.

Ed esiste un rischio.

Che a un certo punto il sogno non appartenga più alla persona che lo aveva iniziato.

Per questo credo che allenare un atleta significhi anche proteggerne progressivamente l’autonomia.

Un coach dovrebbe aiutare una persona a vedere meglio la propria strada.

Non sostituirsi a lei.

Il risultato conta.

Ma la persona che arriverà a quel risultato conta ancora di più.

Dal “fare per l’atleta” al rendere autonomo l’atleta

Anche il mio modo di fare coaching è cambiato.

Oggi non cerco di diventare indispensabile.

Cerco esattamente il contrario.

Voglio che chi lavora con me impari progressivamente a riconoscere ciò che gli succede, selezionare le informazioni utili, correggersi e ripartire.

È la logica che sta anche alla base dello SMART Coaching:

vedere, agire, correggere, consolidare, verificare e arrivare progressivamente all’autonomia.

Perché capire è importante.

Ma capire senza trasformare ciò che abbiamo compreso in comportamento cambia molto poco.

Il vero passaggio avviene quando una strategia funziona anche quando il coach non è presente.

Allora, chi è lo Sport Mentalist?

Oggi riesco a rispondere in modo molto più semplice rispetto a quando inventai questo nome.

Lo Sport Mentalist è il modo in cui ho scelto di raccontare oltre quarant’anni di esperienza vissuta nello sport e un approccio che prova a collegare ciò che troppo spesso viene osservato separatamente.

Corpo.

Mente.

Gesto.

Emozioni.

Ambiente.

Obiettivi.

Relazioni.

Sensazioni.

Non significa possedere capacità straordinarie.

Significa allenare la capacità di osservare.

Di ascoltare.

Di fare domande.

Di riconoscere ciò che in quel momento conta davvero.

E poi trasformarlo in qualcosa di concreto.

Perché nello sport non serve sapere tutto.

Molto spesso serve vedere prima ciò che conta.

E avere il coraggio di lavorare proprio da lì.

La prestazione comincia prima del gesto. E dietro ogni prestazione continua a esserci una persona.
Alessandro SchiasselloniSport Mentalist · Sport Mental Coach · Preparatore Atletico

Il coaching proposto è di natura non sanitaria e non sostituisce diagnosi, psicoterapia o prestazioni di professionisti sanitari abilitati.