IL MANIFESTO · IDENTITÀ E STORIA
CHI È LO SPORT MENTALIST?
Un nome nato sul campo, prima ancora di diventare un metodo.
Come imparare a usare quella forza mentale che nello sport può cambiare una prestazione, una stagione e, qualche volta, anche il modo di vedere se stessi? Questa domanda mi accompagna da molti anni, molto prima che esistesse SportMentalist.it e molto prima che riuscissi a dare un nome preciso a quello che facevo.
Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata anni fa anche da Gran Fondo News e AISS Magazine. Oggi ho deciso di riprenderla perché Sport Mentalist non è soltanto il nome di questo sito. È una parte della mia storia professionale.
Da allora sono cambiate molte cose. Ho studiato ancora, lavorato con altre persone e altri atleti, vissuto vittorie, sconfitte, infortuni e ripartenze. Ho aggiunto competenze, tolto certezze e imparato soprattutto a distinguere meglio ciò che so da ciò che devo ancora capire. Ma il punto di partenza è rimasto lo stesso: la persona viene prima del metodo. E l’atleta viene prima della prestazione.

Per anni ho cercato un nome
Per anni ho cercato di spiegare cosa facessi realmente. Preparatore atletico, trainer, coach, mental coach, kinesiologo, tecnico, formatore. Tutti termini corretti, ciascuno riferito a una parte della mia formazione e del mio lavoro, ma nessuno riusciva da solo a descrivere completamente il mio modo di osservare un atleta.
I titoli sono importanti quando attestano un percorso reale e una competenza. Ma un attestato racconta ciò che hai studiato, non necessariamente come utilizzerai quello studio quando davanti a te avrai una persona vera. Io ho sempre avuto bisogno di cercare il collegamento: tra corpo e mente, tra allenamento e vita, tra ciò che un atleta dice e ciò che, qualche volta, il suo corpo racconta in maniera diversa.
E soprattutto ho sempre avuto bisogno di chiedermi: perché? Perché oggi quella persona riesce a fare qualcosa che ieri sembrava impossibile? Perché durante l’allenamento tutto funziona e in gara cambia qualcosa? Perché due atleti con capacità fisiche apparentemente simili reagiscono in maniera completamente diversa alla stessa situazione? Perché una tabella perfetta sulla carta può funzionare meravigliosamente con una persona e fallire con un’altra? Da lì è iniziato tutto.
Sport Mentalist
Una notte, durante una delle mie solite ricerche, arrivai al mondo dei mentalisti. Mi aveva sempre affascinato fin da bambino, non perché credessi nella magia, ma esattamente per il contrario: cercare di capire cosa ci fosse dietro ciò che sembrava impossibile. Mi affascinavano l’osservazione, la preparazione, l’attenzione ai dettagli, la memoria, la conoscenza del comportamento umano e soprattutto l’esperienza.
Il mentalista da palcoscenico appartiene naturalmente al mondo dell’intrattenimento e ciò che faccio io non ha nulla a che vedere con poteri particolari, lettura della mente o capacità paranormali. Quella parola, però, mi fece vedere qualcosa che stavo cercando da molto tempo: il concetto dell’osservazione oltre l’evidenza. Guardare ciò che tutti possono vedere e cercare contemporaneamente le relazioni tra gli elementi.
Fu allora che cominciai a utilizzare, per descrivere il mio modo di lavorare nello sport, un’espressione che non trovavo nei manuali: Sport Mentalist. Non è una professione regolamentata. Non è un titolo accademico e non vuole sostituire lo psicologo, il medico, il fisioterapista, il preparatore atletico o qualsiasi altra figura professionale. È il nome che ho dato a un mio modo di osservare e integrare l’esperienza sportiva.
Leggere l’atleta non significa leggergli la mente
Quando dico che cerco di “leggere” un atleta non significa sapere cosa pensa. Significa osservare come entra, come respira, come parla della gara, come cambia il tono della voce quando arriva a un determinato argomento, come racconta una vittoria e soprattutto come racconta una sconfitta. Significa osservare come reagisce a qualcosa che conosce e cosa accade quando invece si trova davanti a una difficoltà.
Poi ci sono i dati: i test, l’allenamento, la tecnica, il recupero, il sonno, la preparazione fisica, la storia degli infortuni e il contesto sportivo. Informazioni diverse che acquistano significato quando smettiamo di osservarle come compartimenti separati. È qui che entra in gioco ciò che per tanti anni ho chiamato semplicemente intuito.
Oggi preferisco essere ancora più preciso. Spesso quello che chiamiamo intuito è il risultato di un’enorme quantità di informazioni accumulate attraverso l’esperienza. Il cervello può riconoscere configurazioni già incontrate anche prima che riusciamo a spiegare razionalmente tutti i passaggi che hanno prodotto quella sensazione. Per questo qualche volta percepisco che qualcosa “non torna” prima ancora di riuscire a spiegare esattamente cosa.
Ma questo non significa che quella sensazione sia sempre corretta. L’intuito deve essere verificato. Ed è proprio qui che esperienza, osservazione e metodo devono incontrarsi.
Corpo e mente
Per molto tempo nello sport abbiamo separato tutto: da una parte il fisico, dall’altra la tecnica, da un’altra ancora la mente. Nella persona reale questa separazione non esiste. Quando un atleta è sotto pressione può cambiare il modo di respirare, il tono muscolare, l’attenzione, la percezione della fatica e la capacità di prendere una decisione in pochi istanti. E naturalmente accade anche il contrario: un corpo affaticato, dolorante o scarsamente recuperato modifica anche la percezione mentale della situazione.
Ecco perché ho sempre avuto difficoltà ad accettare un approccio eccessivamente settoriale. L’atleta è uno. Non possiamo allenarne le gambe lasciando fuori dalla porta la sua storia. Non possiamo parlare della sua mente ignorando il corpo. E non possiamo pensare che una tecnica mentale possa cancellare ogni paura, dubbio o emozione negativa.
Le emozioni non sono necessariamente il nemico. Spesso sono informazioni. Un tempo si parlava molto di eliminare la negatività: pensare positivo, cancellare la paura, visualizzare il successo. Oggi la vedo in maniera diversa. Se un atleta ha paura prima di una gara, prima di chiederci come togliere quella paura dobbiamo cercare di capire perché esiste.
Potrebbe essere paura di fallire, di farsi male, del giudizio, di non essere più l’atleta che era prima di un infortunio. Oppure potrebbe essere semplicemente quella normale attivazione che precede qualcosa a cui teniamo moltissimo. Non tutte le emozioni devono essere cancellate. Alcune devono essere ascoltate, altre ridimensionate, altre ancora possono diventare energia.
L’esperienza, le metafore, il campo
Chi ha lavorato con me sa che uso molto le metafore. Lo faccio perché una persona può dimenticare dieci minuti di spiegazione tecnica e ricordare per anni un’immagine che improvvisamente le ha fatto capire qualcosa. La metafora non sostituisce la scienza: la rende utilizzabile quando permette alla persona di sentirla propria.
Possiamo spiegare un gesto dal punto di vista biomeccanico, analizzare angoli, tempi, forze e traiettorie. Tutto corretto. Poi arriva l’atleta e quell’atleta deve sentire quel movimento. Perché tra sapere qualcosa e saperlo fare esiste uno spazio enorme. È proprio dentro quello spazio che mi interessa lavorare.
Ho passato oltre quarant’anni nello sport, prima come atleta e poi come tecnico, preparatore, coach e formatore, continuando comunque a vivere lo sport in prima persona e attraversando discipline molto diverse. Questo mi ha insegnato una cosa fondamentale: l’allenamento non è mai soltanto quello che c’è scritto nella tabella.
Una programmazione può essere tecnicamente perfetta, ma deve incontrare una persona: la sua età, la sua storia, il talento, i limiti, il tempo realmente disponibile, la capacità di recuperare, la famiglia, la scuola o il lavoro, gli infortuni, le aspettative, il contesto e naturalmente i sogni. Quando tutto questo viene ignorato possiamo avere una splendida programmazione che non appartiene alla persona che dovrebbe eseguirla.
L’intuito e la regola dei primi tre secondi
Una parte importante di ciò che oggi so non l’ho imparata quando le cose funzionavano, ma quando non funzionavano: errori, infortuni, obiettivi mancati, gare sbagliate e situazioni nelle quali non sono riuscito ad aiutare una persona come avrei voluto. Il fallimento non diventa automaticamente una lezione. Bisogna guardarlo, analizzarlo ed essere disponibili anche a riconoscere di aver sbagliato. Una delle domande che continuo a farmi è: “Io cosa non ho visto?”
Molti anni fa scrissi una frase che voglio conservare anche oggi: “A volte è difficile analizzare e spiegare quello che faccio, perché lo faccio e basta.” Oggi aggiungerei che quel “lo faccio e basta” non significa lavorare senza metodo. Significa che dopo migliaia di ore trascorse nello sport alcune informazioni vengono riconosciute molto rapidamente.
Un musicista sente una nota stonata, un tecnico vede qualcosa in un gesto, un artigiano percepisce immediatamente che un materiale non sta reagendo come dovrebbe. L’esperienza crea una sensibilità. Poi bisogna tornare alla verifica, perché essere esperti non significa essere infallibili. Forse lo Sport Mentalist nasce proprio qui: nell’incontro tra ciò che percepisco e ciò che posso verificare.
Sport Mentalist, oggi
Oggi, se qualcuno mi chiedesse: “Alessandro, ma alla fine chi è lo Sport Mentalist?” risponderei molto più semplicemente di tanti anni fa. È il nome che ho scelto per raccontare il mio modo di stare accanto all’atleta. Non leggo la mente. Non faccio magie. Non prometto risultati. Osservo. Ascolto. Collego.
Uso ciò che ho studiato, ma soprattutto confronto continuamente quello studio con ciò che vedo sul campo: corpo, respirazione, movimento, preparazione, emozioni, contesto e storia della persona. Cerco di capire quale elemento, in quel preciso momento, stia aiutando la prestazione e quale invece la stia limitando.
Qualche volta la risposta è fisica. Qualche volta tecnica. Qualche volta mentale. Molto spesso è l’interazione tra tutte queste cose. E quando una questione esce dalle mie competenze, la strada corretta è coinvolgere la figura professionale competente. Anche questo significa lavorare realmente per l’atleta.
Quando inventai per me la definizione Sport Mentalist non sapevo dove mi avrebbe portato. Probabilmente cercavo soltanto un nome che riuscisse a contenere qualcosa che non riuscivo ancora a spiegare bene. Oggi quella definizione è diventata anche un sito. Ma soprattutto è rimasta una domanda: come possiamo conoscere meglio la persona che abbiamo davanti senza ridurla a un numero, a un test o a una prestazione?
È la stessa domanda che mi facevo allora. Solo che oggi ho qualche strumento in più e, fortunatamente, qualche certezza in meno. Perché continuare a cercare significa anche essere disponibili a cambiare idea. Il risultato conta. Ma la persona che arriva a quel risultato conta di più. Ed è probabilmente questa, ancora oggi, la definizione più semplice del mio modo di essere Sport Mentalist.
ARCHIVIO E MEMORIA
Dalle origini
Questo articolo è la riscrittura contemporanea di un testo pubblicato molti anni fa e successivamente ospitato anche da Gran Fondo News e AISS Magazine. Ho voluto conservarne il significato e diversi passaggi originali, aggiornando ciò che oggi, dopo altri anni di studio e soprattutto di esperienza sul campo, esprimerei in maniera diversa.
La versione storica rimane nell’archivio di MindsetFacile.it. Non perché rappresenti esattamente tutto ciò che penso oggi, ma perché rappresenta perfettamente da dove sono partito.
Alessandro Schiasselloni — @TheShadow
Medical Coach® – Mental Coach – ADHD Coach – Supervisore Strategico delle Performance Integrate – Kinesiologo – Formatore DBN – Tutor DSA/BES
